Osteopatia - OSTEOPATA ROMA

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Osteopatia

 
Ecco come l'OMS definisce la salute
"Il completo benessere fisico, mentale e sociale". 
Quindi non consiste esclusivamente nell'assenza di malattia o infermità, ma è uno stato di benessere nel quale il singolo è consapevole delle proprie capacità, sa affrontare le normali difficoltà o stress della vita, e che il lavorare in modo utile non comporti sacrifici o restrizioni all'espressività creativa. Essere in salute è un sentirsi produttivo ed è sempre in grado di apportare un contributo alla comunità.
A nostro avviso altri tentativi di definizione della salute sono anche:
  • stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l'individuo è in grado di ottimizzare le sue capacità cognitive ed emozionali,
  • esercitare la propria funzione all'interno del nucleo-società e rispondere con efficacia alle esigenze quotidiane.
E' opportuno sottolineare che questa visione così ampia di salute è ancora lontana dall'essere universalmente condivisa, infatti dipende da differenze culturali soggettive e da un più comune modo di intendere come stato di salute la semplice assenza di malattie apparenti o conclamate.

Il trattamento osteopatico avrà quindi l'obiettivo di riconoscere, superare ed elliminare gli ostacoli alla salute. 
Come avviene? Interagendo non solo funzionalmente e meccanicamente sul disturbo ripristinando le giuste condizioni fisiologiche, ma anche per la capacità dell'osteopata nel riuscire a percepire la "primarietà" disfunzionale.
La tecnica manipolativa è semplicemente un mezzo di trasporto con il quale viaggia l'input terapeutico che sarà tanto più efficace quanto più il paziente sarà in grado di percepire i piccolissimi cambiamenti nel proprio corpo.
In effetti le terapie più efficaci normalmente non derivano dal rimedio più forte, ma da quello più "esatto".

Equilibrio – economia – confort

" Rimovete tutti gli ostacoli, e quando ciò sarà fatto la Natura farà gradualmente il resto".
Questa celebre frase del Dott. A.T. Still (Virginia 1828-1916), racchiude la profonda essenza dell’Osteopatia, ma non solo di essa: dalla Chiropratica alla Kinesiologia Applicata, dalla Riprogrammazione Posturale Globale al Rolfing o alla Riflessologia ogni Medicina Manuale dovrebbe fondare i propri pilastri su questa massima.
Ora, c’è da dire che gli ostacoli non sono pochi, tutt’altro, né tantomeno semplici da identificare. Per fare ciò, occorre possedere un’ottima base di neuroanatomia e di biomeccanica. Fortunatamente negli ultimi anni, terapeuti di fama internazionale hanno impiegato i loro sforzi per capire un po’ meglio come il corpo si organizzi di fronte ad un insulto.
Le catene miofasciali e le catene muscolari sono dei percorsi funzionali la cui comprensione è fondamentale per innescare un processo correttivo o di recupero funzionale. Entrambi questi percorsi racchiudono però almeno due differenze sostanziali: essi infatti hanno una composizione biochimica leggermente differente e "viaggiano" su piani diversi percorrendo dei "binari" non coincidenti, o quantomeno solo in parte.
Riferendoci al concetto miofasciale, quindi muscolare + fasciale, sarebbe opportuno esaminare dapprima la biochimica muscolare e poi quella fasciale/connettivale.
Innanzitutto la fibra muscolare, sia essa tonica, fasica o tonico-fasica, è in grado di ossidare soltanto 6 aminoacidi:
 la leucina,
 l’isoleucina,
 la valina,
 l’aspartato,
 il glutammato,
 la lanina.
Inoltre, la "quota di logorio", cioè la massa muscolare "persa" - turnover proteico - al giorno fisiologicamente ammonta a 0.8 – 1 gr/kg/die e la concentrazione di glicogeno intramuscolare (il massimo è 18 gr. pro kg di massa alipidica) e di trigliceridi intramuscolari varia notevolmente in riferimento all’assunzione calorica giornaliera.
Restando all’interno del STP (Sistema Tonico Posturale) e quindi prendendo ad esempio un muscolo a prevalenza di fibre lente, possiamo così classificarlo:
fibre rosse in prevalenza, Slow Twich Fibers, fibre di 1° tipo, ricche di mioglobina e mitocondri, "povere" in glicogeno intramuscolare e in ATP e quindi adatte a svolgere più un ruolo posturale tonico-statico che dinamico fasico.
Sono proprio i muscoli tonici ad andare incontro a retrazioni ed a metaplasia connettivale, sostituendo il tessuto muscolare con quello connettivale, meno nobile ma sicuramente più economico dal punto di vista energetico posturale.
Il dispendio energetico pro kg di BCM (Body Cell Mass) è quantificabile in circa 2.7-3.6 kcal/h per kg di muscolo fresco, nel tessuto connettivo il consumo scende sotto le 2.7 kcal/h.
E’ violata la legge dell’economia – risparmio energetico.

Spostando la nostra attenzione sul Tessuto Connettivo, gli riconosciamo tre tipi di fibre:
  • una componente collagenica (collagene)
  • una componente reticolare (reticolina)
  • una componente elastica (elastina)
Il collagene è la proteina più diffusa nel corpo umano, 1/3 del volume totale proteico del corpo è costituito da esso. L’altra componente che forma il connettivo è la proteoglicasi, formante la struttura di lavoro del collagene: sono macromolecole composte dalle glucosamminglicasi (lunghe catene di acido ialuronico modificate + glucosamina).
Ciascuna tipologia di fibre è costituita da "fibrille" e da "sostanza intercellulare cementanta". La componente reticolare rappresenta il grado più basso di differenziazione.
Il tessuto connettivo reticolare forma l’impalcatura fondamentale di organi linfatici, del midollo osseo ed è presente in gran quantità anche nella muscolatura liscia e striata. Le sue fibre hanno comunque una certa distensibilità dovuta al fatto che sono costituite con orientamento assai irregolare finalizzato a garantire la funzione meccanica di elasticità tridimensionale nel modo più completo ed efficace possibile.

La distribuzione dello spessore delle fibrille è caratteristica propria di ogni tessuto connettivo e di ogni singolo organo e dipende da: età del tessuto, funzione della struttura, tipo di sollecitazione abitualmente sopportata.
Nello sviluppo di tessuto connettivo si verificano tre fasi:
  • Prefunzionale - comporta un aumento di spessore delle fibrille,
  • Funzionale - costanza dello spessore delle fibrille sotto carico funzionale,
  • Regressiva - diminuzione dello spessore delle fibrille con l’invecchiamento e la diminuzione/cessazione dello stimolo funzionale.

Riferendoci ad esami di laboratorio, il principale marker di lisi connettivale è l’idrossiprolina, mentre il marker più attendibile di lisi miofibrillare è la 3-metilistidina; entrambe si evidenziano nelle urine.
Possiamo dunque affermare che "stare in piedi" costa caro al corpo!
Lo spostamento millimetrico costante del centro di Massa sposta il Peso Corporeo (dato da Massa x - Accelerazione di Gravità) su diverse sovrastrutture mio-articolari.
La gravità con i suoi 10 kg di pressione costante sul capo ci condiziona continuamente, dunque perché non sostituire il tessuto muscolare e quindi "spendere" meno energie?!
Di fatto è proprio questo che avviene. Ora, questo processo è di per sé fisiologico, se non fosse che a lungo andare la metaplasia connettivale porta inevitabilmente a grossi squilibri muscolari, e quindi posturali.
Viene così violata la prima legge della postura, quella dell’equilibrio.

Nel concetto miofasciale diverse catene si organizzano su di un piano superficiale, mentre altre su di un piano più profondo. Ovviamente le catene del piano superficiale avranno peculiarità diverse rispetto a quelle del piano profondo.
Le principali catene miotensive condividono precisi distretti muscolari:
il retto dell’addome, lo psoas, l’estensore lungo delle dita del piede, lo Sternocleidomastoideo, i muscoli infra-sotto-sopra joidei, i muscoli masticatori, gli otturatori - in particolare quello interno -, il perineo.
Il minimo comun denominatore è rappresentato dal muscolo diaframma toracico.
Esso è il vero equilibratore delle forze in gioco.

I muscoli rachidei hanno due ruoli importanti e fini:
  • quelli della parte alta a partire dal coplesso Occipito-Atlante-Epistrofeo fino alla nona vertebra toracica hanno il ruolo di contrapporsi al movimento delle braccia, come la zavorra di una gru sul braccio che sposta i "mattoni";
  • quelli della parte bassa D10-sacro devono tenere una buona base d’appoggio e controllare il CM (Centro di Massa).
Tra tronco, arti superiori ed inferiori il muscolo che partecipa costantemente alla integrazione e al controllo della stabilizzazione posturale è il diaframma.
Infatti, durante qualsiasi movimento del torace e degli arti esso interviene sempre come fissatore di tutti i movimenti volontari; perciò ogni gesto che richiede un grosso sforzo è eseguito, se fatto naturalmente, in espirazione!
Ciò permette al diaframma di essere solo al "servizio" dello schema posturale, cosa impossibile se fosse impegnato nell’atto inspiratorio, atto che lo renderebbe meno efficace nel controllo posturale, rendendo quest’ultimo più debole.
Una persona con distretti muscolari tesi e duri al tatto andrà probabilmente incontro ad una disfunzione diaframmatica, con ipermobilità toracica alta ed una respirazione prevalentemente costale.
Il Volume corrente, la Capacità inspiratoria ed il Volume minuto respiratorio verranno anch’essi perturbati, si verificherà un sovrautilizzo degli inspiratori accessori come gli scaleni o il quadrato dei lombi con tutte le conseguenze: prima costa in lesione in elevazione (angolo costo-vertebrale), quindi anche irritabilità e ansietà causate da compressioni nervose e vascolari, affaticamento cerebrale, astenia muscolare causata anche da un aumento della modificazione osteo-artro-mio-fasciale nei distretti direttamente interessati e per compenso anche in quelli distali.
Una asincronia neuromuscolare nel movimento umano genera compensi che a lungo andare creeranno dolore.
Viene così violata la terza legge della postura, la legge del Comfort.

Soffermiamoci adesso con più attenzione su alcuni punti chiave per quanto riguarda un discorso puramente biomeccanico.
I pivot (punti perno) legamentosi, articolari e vertebrali, partendo caudalmente, sono rappresentati da:
o Legamento interosseo astragalo-calcaneare
o Legamenti crociati del ginocchio
o Legamenti ileolombari e lombosacrali
o Legamento sterno-clavicolare
o L3
o La "cerniera" D12-L1
o D9
o D4
o D2
o La "cerniera" C7-D1
o C5
o C3
o C2
o C0-C1
Sono queste le zone da trattare preferendo tecniche Mitchel ad energia muscolare lavorando, peraltro, sulle catene miofasciali e muscolari.
Queste correzioni a forza intrinseca, in quanto è il soggetto stesso che si auto corregge, possono essere utilizzate per ogni segmento vertebrale.
Sono correzioni dolci che sfruttano le leve miofasciali e muscolari all’interno delle catene, e soprattutto in alcuni esercizi terapeutici innovativi "chiudendo" le catene, mantenendo i piedi in terra, lasciando quindi inalterati gli stimoli neurofisiologici afferenti a partenza podalica.
La conoscenza anatomica delle catene ci può essere veramente di grande aiuto, soprattutto quando altri metodi di rieducazione funzionale hanno fallito.


 
LA VISITA OSTEOPATICA

Come un esame regionale neuromuscoloscheletrico osteopatico integrato mette in relazione struttura e funzione in un esauriente data base, per diagnosi e trattamento, l'esame fornisce informazioni sulla disfunzione muscolo-scheletrica primaria detta disfunzione somatica, ed evidenzia i segni somatici delle patologie interne o sistemiche.
I reperti palpatori possono consentire la diagnosi di un problema latente prima dell'evidenza soggettiva del processo di malattia.
Le informazioni derivanti da un esame osteopatico integrato possono essere utilizzate nella programmazione terapeutica per orientare il trattamento specifico della disfunzione neuro-muscolo-scheletrica verso il sostegno dei meccanismi omeostatici del paziente nella reazione alla patologia sistemica.
La prospettiva osteopatica offre un punto di vista privilegiato per l'esame fisico e la diagnosi differenziale.
L'Osteopatia sottolinea l'interrelazione fra la struttura (anatomia) e la funzione (fisiologia), cosa che consente di acquisire una particolare competenza nella conduzione dell'esame fisico.
Senza una conoscenza adeguata e specifica dell'anatomia e della fisiologia, l'approccio osteopatico poterbbe sembrare troppo dispendioso in termini di tempo, con un sapere adeguato invece, risulta valido non solo in termini di tempo, ma anche di costi.
Si raggiunge rapidamente una diagnosi funzionale certa, con minore necessità di analisi costose ; i disturbi sono identificati nello stadio precoce della disfunzione, quando la prognosi è buona ed i costi del trattamento relativamente bassi.

ESAME OSTEOPATICO
La focalizzazione sul sistema neuro-muscolo-scheletrico, sostenuta da una approfondita conoscenza della fisiologia e della anatomia funzionale, fornisce agli osteopati esperti l'opportunità di elaborare i segni relativi ai riflessi viscerosomatici e somatoviscerali che con altri sistemi di cura, di solito sono ignorati.
L'importanza di questa integrazione viene sottolineata ulteriormente dal concetto di unità corporea, o globalità.
E' necessaria un'indagine sui fattori di stress e sulla risposta individuale a questi fattori, unitamente alle informazioni che riguardano i sintomi ed i patterns del dolore.
Attività quotidiane, dati nutrizionali e ambientali, tutte queste informazioni devono essere tradotte o interpretate cercando di capirne l'impatto sull'anatomia e/o fisiologia del paziente visto nella sua globalità.
Ciò consente maggiore consapevolezza dell'unicità dell'individuo che sta ponendo la sua fiducia nell'abilità e nell'intelligenza dell'osteopata al quale si sta rivolgendo.
Un approccio pratico e la disponibilità ad ascoltare il paziente, è una caratteristica dell'osteopata specialista, entrambi consentono di avviare i meccanismi terapeutici di cura già dal momento di raccolta dei dati, se poi vi è la consapevolezza e l'intenzione terapeutica che l'osteopata crea mentalmente attraverso una nitida immagine mentale dei tessuti del paziente tornati alla normalità.

I pazienti sono molto soddisfatti di questo tipo di attenzione, di esame e di sintesi. 
L'osteopata specialista esamina la riserva omeostatica di ogni paziente. 
Trovare la salute è la missione del medico, è più facile trovare la malattia.
Questa parte dell'esame è essenziale per determinare la prognosi ed il programma di trattamento quando i meccanismi ospite sono compromessi.
E' utile anche nell'esame dei meccanismi non compromessi o compensati, nel delineare stategie preventive o nel portare un paziente verso livelli ottimali di salute. In un approccio osteopatico di esame e diagnosi funzionale, non è sufficiente studiare la malattia ed i suoi prodotti secondari; è essenziale una attenta e profonda conoscenza dell'individuo.
Un esame osteopatico non può consistere semplicemente nell'anamnesi standard medica e nell'esame somato-funzionale, con aggiunta di una diagnosi palpatoria della disfunzione somatica.
Un esame osteopatico si caratterizza nel fornire tutte le informazioni pertinenti necessarie, per adiagnosi.
L'osteopata specialista che pratica l'osteoplatia nella sua globalità deve fare "diagosi" oltre la malattia; una diagnosi osteopatica si focalizza nel conoscere la globalità dell'individuo.
L'individuo è una persona che racchiude le interazioni struttura-funzione, i meccanismi di autoguarigione e le risposte individuali ai fattori di stress inseriti e condizionati dagli ambienti "interno ed esterno".
L'osteopata qualificato deve essere in grado di riconoscere quei disturbi funzionali che influenzano il progresso di guarigione del paziente, e che richiedono perciò una attenzione ulteriore. La definizione "Disfunzione somatica" esige una valutazione della funzione e delle interrelazioni fisiologichegra determinate strutture anatomiche, comprendenti tessuti scheletrici, tessuti artroriali, tessuti miofasciali, arterie, vene, nervi, sistema linfatico.
L'esame fisico della disfunzione somatica è una componente centrale (ma non l'unica) nell'esame osteopatico. 
Molte anomalie congenite richiedono una compensazione funzionale, un esempio è la presenza di una vertebra a cuneo che causa una curva scoliotica, un problema posturale ed uno squilibrio muscolare; questi stessi problemi possono determinare disturbi del sistema nervoso autonomo e compromettere la funzione respiratoria e circolatoria. Le anomalie congenite possono anche essere causa di una alterazione dell'attività funzionale dovuta all'alterazione della struttura.
Possono esporre il paziente al rischio di lesione attraverso determinate sollecitazioni funzionali, che comprendono anche certe forme di trattamento. I problemi degenerativi o traumatici come le artriti o la distruzione delle strutture di sostegno articolare, alterano la funzione articolare. 
 
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